I PROCESSI PSICOLOGICI DELLA DEPRESSIONE

I PROCESSI PSICOLOGICI DELLA DEPRESSIONE

I PROCESSI PSICOLOGICI DELLA DEPRESSIONE

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Iniziamo con una definizione che può aiutarci a fare chiarezza su ciò che viene comunemente definito come depressione:

“La depressione non è semplicemente una forma di tristezza. È un disturbo che colpisce simultaneamente il cervello e il corpo, includendo il pensiero, il comportamento, il sistema immunitario e il sistema nervoso periferico. A differenza di un umore triste passeggero, la depressione è considerata un vero e proprio disturbo, dal momento che interferisce con l’ordinario funzionamento dell’individuo sul lavoro, a scuola e nelle relazioni interpersonali. A differenza di un normale dolore, che va e viene, essa è costante e oppressiva. La depressione si differenzia anche da un comune lutto, nel quale la persona ha dei vissuti del mondo esterno come vuoto e cattivo; mentre gli individui clinicamente depressi collocano senso di vuoto o di cattiveria in loro stessi.”

(PDM Task Force, 2006, pp. 114-115, trad. it. 2008)

Questa è una definizione generale su cosa è e su cosa non è la depressione, vediamo ora più in dettaglio quali sono i processi alla base della depressione e che spesso contribuiscono a rinforzarla e mantenerla.

Una precisazione importante da fare prima di proseguire nella lettura dell’articolo è che queste considerazioni hanno carattere generale e quindi non sono applicabili a tutte le persone che soffrono di depressione allo stesso modo. Ogni persona è unica e particolare, per cui queste considerazioni andrebbero applicate al caso singolo con grande sensibilità e con flessibilità.

 

EMOZIONI

Uno degli elementi centrali della depressione è la difficoltà nella regolazione delle emozioni. Si ritiene infatti che di norma le persone possano parzialmente regolare le proprie emozioni modificandone la natura, la durata e la frequenza permettendo in questo modo di mantenere, amplificare o affievolire determinate emozioni. Nella depressione la difficoltà di regolare la emozioni è caratterizzato da un’affettività negativa intensa e prolungata (chiamata disforia), unitamente ad un deficit di affettività positiva (denominata anedonia). Sono quindi molto frequenti e oppressive le emozioni spiacevoli, mentre sono rare e appiattite le amozioni piacevoli.

Una diminuzione degli affetti positivi insieme ad un aumento di quelli spiacevoli genera un circolo vizioso: diminuiscono le attività piacevoli unitamente ad un marcato ritiro relazionale, questo a sua volta incoraggia i sentimenti spiacevoli rinforzando il circolo vizioso della depressione.

È inoltre molto probabile che le persone depresse sentano alti livelli di rabbia e ostilità e che tendano a reprimere questi sentimenti in modo più intenso rispetto alla media delle persone. Per cui è frequente che adottino strategie per sopprimere o nascondere i sentimenti considerati inaccettabili, come la rabbia. La rabbia tende a prendere la forma del risentimento, del rancore rispetto a eventi passati e di desiderio di rivalsa. Ad un livello interpersonale, la persona tende quindi ad essere facilmente irritabile e infastidita, incline a lamentarsi; oppure se la rabbia è rivolta contro sé stessi, la persona potrebbe mostrarsi remissiva e priva di assertività. Ma non sopprimono solo le emozioni spiacevoli, anche i sentimenti positivi subiscono lo stesso destino, come la gioia e la soddisfazione. È possibile che la persona depressa senta i sentimenti positivi come emozioni proibite, ad esempio sentirsi bene con se stessi, la cura di sé e l’orgoglio possono essere repressi.

Una strategia cognitiva utilizzata per regolare le emozioni nelle persone che soffrono di depressione è spesso la ruminazione. Questa strategia però si dimostra inefficace. La ruminazione è una forma di pensiero circolare che ingabbia l’individuo in un circuito di pensieri ripetitivi senza via di uscita. Il tentativo inconscio in questa strategia è di riportare un senso di controllo ed uscire dalla sensazione di essere intrappolati, ma in realtà non fa altro che rinforzare ancora di più queste sensazioni.

Giocano inoltre un ruolo centrale la vergogna e la colpa. Evolutivamente, la funzione della colpa sarebbe quella di preservare i rapporti sociali e i legami di attaccamento, ma quando il sentimento di colpa diventa pervasivo, intenso e persistente diventa un grandissimo limite al proprio benessere, bloccando l’individuo in una sensazione di inadeguatezza. La vergogna invece si associa al senso di inferiorità e al rifiuto sociale. Vi è sia una componente interna (sono inferiore, imperfetto, inadeguato) una componente esterna (gli altri mi vedono inferiore, cattivo, imperfetto, inadeguato). Entrambe queste emozioni vanno a stimolare un intenso auto-criticismo, di cui discuteremo successivamente.

In sintesi quindi uno degli obiettivi terapeutici con le persone depresse sarà di passare da strategie di regolazione emotiva inefficaci (evitamento, repressione delle emozioni, ruminazione) a strategie adattativa (accettazione, rivalutazione e problem solving).

 
Depressione Charlie Brown Psicologo

 

IMMAGINE DI SÉ

L’immagine di sé di una persona depressa è centrata sui temi dell’inadeguatezza, del fallimento e della mancanza di valore. Queste idee su di sé influenzano l’interpretazione degli eventi, oltre alla percezione del mondo e del proprio futuro. È tipico un atteggiamento di mancanza di speranza in situazioni stressanti che non fa altro che rinforzare ulteriormente la convinzione di avere un basso valore personale.

In generale, le persone depresse sono più pessimiste nei confronti di sé stesse, si incolpano maggiormente per gli eventi spiacevoli rispetto alla media delle persone. La particolarità è che le previsioni pessimistiche sono rivolte al proprio futuro, ma non a quello degli altri, utilizzano cioè “due persi e due misure”. Questo processo coinvolge anche la tendenza a minimizzare i propri successi e le proprie qualità e a sovrastimare i propri fallimenti, errori e difetti.

Le persone depresse tendono ad avere un forte processo di attribuzioni negative: ovvero quando le cose vanno male essi tendono a pensare “è colpa mia”. Tendono inoltre a interpretare negativamente gli stimoli ambigui. Questo ci dice che il sistema di riferimento porta la persona depressa a leggere le informazioni in modo da auto-rinforzare il sistema di riferimento stesso. Troveranno così conferma all’idea di essere inadeguati e privi di valore.

In Analisi Transazionale si è cercato di sistematizzare le convinzioni che le persone che soffrono di depressione possono nutrire riguardo a se stessi. Ovviamente queste convinzioni non sono applicabili in toto a tutte le persone depresse, ma rendono l’idea di quali siano i processi sottostanti alle emozioni, sensazioni e comportamenti.

○ Non sarò mai bravo abbastanza

○ Sono inadeguato

○ È tutta colpa mia

○ Non posso avere dei miei bisogni

○ Devo mettere le altre persone prima di me

○ Io non sono importante

○ Non posso dire di no

○ Sono impotente.

Risulta quindi fondamentale nella psicoterapia di una persona depressa andare a lavorare su queste convinzioni rispetto a sé stessi rivalutando queste idee, confrontandole con la realtà e rompendo il circolo vizioso che porta ad auto-rinforzarle.

 

AUTO-CRITICISMO

L’auto-criticismo è un processo interno che si esprime in modo continuo e spesso fuori dalla consapevolezza attraverso il dialogo interno, ad esempio con dei pensieri del tipo “non sono bravo, non combino nulla, ho fallito perché sono un incapace”. Questo processo è associato frequentemente a sentimenti di colpa e di vergogna.

Vivere con auto-criticismo e perfezionismo va probabilmente a generare una quota di irritabilità, tristezza prolungata e ritiro relazionale, dal momento che la persona reagisce in maniera eccessiva agli errori di poco conto e ai problemi, pensando che gli altri li stiano continuamente giudicando e condannando. È infatti presumibile che se una persona è molto autocritica, si aspetterà che anche gli altri siano altrettanto giudicanti nei loro confronti.

Secondo la prospettiva dell’Analisi Transazionale, questo processo può essere visto come un continuo dialogo interno tra due stati dell’Io in conflitto: lo stato dell’Io Genitore e lo stato dell’Io Bambino. Da un lato vi sarebbe quindi un giudice interno severo e inflessibile e dall’altro i bisogni e le emozioni più autentiche che vengono il più delle volte messe da parte o represse. L’auto-criticismo ha due funzioni principali: per prima cosa quella di spingere la persona a compiere sforzi per migliorarsi, tuttavia questa strategia si rivela fallace, dal momento che la persona probabilmente non sarà in grado di soddisfare tali aspettative irrealistiche e finirà per sentirsi logorato dalle critiche. La seconda funzione sarebbe quella di rivolgere contro di sé la rabbia conseguente alla convinzione di essere inadeguati o privi di valore.

In conclusione, il ruolo della terapia è di portare a consapevolezza i modi in cui la persona di auto-denigra e si auto-giudica, capirne lo scopo e le origini, per poi sostituire questo dialogo interno critico con uno più flessibile, compassionevole e accettante verso di sé.

 

Psicologo Psicoterapeuta Accettare imperfezioni

 

PROCESSI INTERPERSONALI

L’inibizione interpersonale, che comprende evitamento, ritiro, tendenza a mostrarsi timidi, si è dimostrata altamente correlata con la depressione. Questo suggerisce che, non solo questi processi sono alla base della depressione, ma contribuiscono a mantenere quel senso di solitudine e isolamento che le persone depresse riportano.

Joiner (2000) ha analizzato una serie di processi interpersonali che contribuiscono al mantenimento e alla cronicizzazione della depressione. I processi identificati sono: la ricerca di feedback negativi, la ricerca eccessiva di rassicurazioni, l’evitamento del conflitto.

La persona depressa utilizzerebbe inconsciamente la ricerca di feedback negativi per confermare l’immagine che ha di sé (rispetto al suo valore personale o all’aspettativa su come gli altri lo tratteranno, ad esempio si aspetta che lo respingeranno) e questo va a rinforzare la depressione. Le persone depresse tendono a sviluppare uno stile relazionale caratterizzato da distanza dall’altro, sottomissione e ostilità. Sulla scia delle teorie della complementarietà interpersonale, questo stile relazionale potrebbe “spingere” gli altri a mantenere le distanze o a rispondere con ostilità. Di conseguenza la persona potrà sentirsi respinta o ferita rinforzando l’evitamento relazionale o la rabbia costante.

Rispetto al secondo punto, la persona ricerca ripetutamente una rassicurazione rispetto al proprio valore e alla propria amabilità, indipendentemente dal fatto che tale rassicurazione gli sia già stata data. Gli altri potrebbero anche dargli tale rassicurazione, ma la persona dubiterà della sincerità e sarà portata a ricercare nuovamente rassicurazioni. Questo processo aumenta la probabilità che le altre persone respingano la persona in quanto sollecita irritazione e frustrazione. La conseguenza di tutto ciò sarà la conferma delle convinzioni negative su di sé e sugli altri.

L’evitamento del conflitto si manifesta nel fatto che la persona depressa non si esprime per paura di ricevere umiliazione o altre risposte negative. Questo alla lunga può esacerbare il vissuto di non essere compresi o di non essere rispettati dagli altri, dal momento che non è possibile esprimere in modo diretto la propria posizione o le proprie esigenze.

Un ulteriore elemento relazionale da considerare è la presenza di critiche o ostilità all’interno della famiglia o della coppia. Questa situazione potrebbe instaurare una serie di cicli continui e auto-rinforzanti di feedback reciproci, per cui la persona depressa si sentirà sempre peggio (cosa che verrà letta dalla famiglia come una ricerca di attenzione o come una mancanza di volontà) alimentando così l’ostilità dei familiari. Inoltre, non sono rari i casi in cui si creano dei ruoli prestabiliti dove il partner o uno dei familiari adottano una posizione di accudimento, questo può generare del risentimento e ostilità qualora tali ruoli vengano interrotti dai miglioramenti della persona depressa.

Come per le convinzioni su se stessi l’Analisi Transazionale ha cercato di sistematizzare le convinzioni che le persone che soffrono di depressione sviluppano riguardo agli altri. Questo è il risultato:

○ Gli altri sono egoisti e indifferenti

○ Sono migliori di me

○ Mi criticheranno o mi rifiuteranno se esprimo i miei sentimenti o se prenderò decisioni autonome

○ Sono inattendibili e inaffidabili.

In generale, si può affermare che le persone tendono a riproporre a livello relazionale ciò che avviene dentro di loro a livello di dialogo interno. Questo è molto vero nel caso della depressione. Infatti si creano in modo inconsapevole una serie di relazioni che, anche se in modi diversi a seconda delle persone coinvolte, confermano le convinzioni più svalutanti e critiche della persona depressa. Aumentare la consapevolezza di questi processi relazionali è il primo passo per poterli trasformare.

 

BIBLIOGRAFIA

Widdowson, M. (2016). Analisi Transazionale per i disturbi depressivi. Trad. it. Milano: Franco Angeli, 2018.

 

A cura del Dott. Luca Monasterolo

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I PROCESSI PSICOLOGICI DELLA DEPRESSIONE ultima modifica: 2019-01-05T14:34:09+00:00 da Dr. Luca Monasterolo

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